Storie vere dall'America profonda. Ci sono quelle che finiscono male (Boys Don't Cry) e quelle a lieto fine, o quasi, come Straight Story, ribattezzato per l'Italia proprio Una storia vera. Lo firma un David Lynch in stato di grazia, e fuori dai cliché cari ai cinefili. Chissà cosa ha spinto il regista di Cuore selvaggio a girare questa ballata semplice e toccante ambientata nelle pianure di un'America rurale dove ancora si muore di vecchiaia. Il titolo originale è un gioco di parole: significa "una storia lineare", ma anche "la storia di Straight", dal cognome del protagonista realmente esistito, un farmer di Laurens, Iowa, che nel 1994, a 73 anni passati e affetto da diabete, si mise in testa di raggiungere il fratello infartuato a Mt. Zion, Wisconsin, a bordo di un minitrattore John Deere. Quasi 700 chilometri, a una velocità di 7 km/h: fate voi il conto del tempo che impiegò quel vecchio testardo per mettere la parola fine a un rancore familiare troppo a lungo covato. Cappello da cowboy, stivali e giaccone a scacchi, Alvin Straight incarna nell'affettuoso omaggio di Lynch (su sceneggiatura della compagna Mary Sweeney) un condensato di virtù americane, forse lo spirito del West o di ciò che resta di esso; ma è la superba prova di Richard Farnsworth, caratterista di vaglia chiamato solo ora, quasi ottantenne, a un ruolo da protagonista, a fare di lui un personaggio memorabile. Metaforicamente in viaggio verso la morte, Straight ricorda altri illustri vecchietti on the road raccontati dal cinema (l'Art Camey di Harry & Tonto, il Mastroianni di Stanno tutti bene) ma qui c'è qualcosa di più. Allontanandosi dal suo mondo visionario e ossessivo, il regista si intona al respiro e al colori di un'America contadina raccontata con partecipazione. E compone quasi un elogio della lentezza, ma non alla Kundera: va lento Straight, macinando chilometri col suo incredibile veicolo, va lenta la figlia Rose (Sissy Spacek), colpita da balbuzie per via di un trauma familiare, va lento il film, esponendosi a un discreto rischio commerciale in questi anni di gasata velocità. Eppure non si guarda mai l'orologio nelle quasi due ore di proiezione, in virtù di un sentimento quieto e pacificato che regala, sul piano cinematografico, momenti da antologia: lo struggente duetto al bar sul tema dei ricordi di guerra, l'incontro fatto solo di sguardi con l'ispido fratello Lyle (Harry Dean Stanton), il bivacco attorno al fuoco in aiuto di una giovane autostoppista incinta... Magari c'è chi stenterà a riconoscere la mano di Lynch in questa stoica riflessione sulla vecchiaia che sembra uscire da una canzone texana di Guy Clark, anche se poi dalla partitura vagamente country affiorano inquietanti segnali di disagio, follia e stravaganza, in linea con la cineleggenda del regista.Da L’Unità, febbraio 2000
ANNO: 1999
DURATA: 107’
GENERE: Commedia
REGIA: David Lynch
PREMI:
Independent Spirit Awards 2000: Miglior Attore Protagonista
British Independent Film Awards 2000: Miglior Film Straniero
European Film Awards 1999: Miglior Film Internazionale
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