
Arrivato in sordina al Festival di Roma, alla fine è stata la vera sorpresa. Stiamo parlando del fuori concorso Si può fare di Giulio Manfredonia. Scritto e sceneggiato da Fabio Bonifacci, con passo un po' favolistico, racconta di un piccolo esperimento post-basagliano nella periferia milanese. Nello (Claudio Bisio), sindacalista fantasioso, dopo essere stato allontanato dal sindacato ufficiale, decide l'avventura in una cooperativa di ex malati mentali, appena dimessi dalle istituzioni grazie alla legge Basaglia. Non vuole fare il rivoluzionario, Nello, semplicemente fidarsi del suo intuito che gli dice che ogni uomo o donna, più o meno normale, ha un suo talento e può "metterlo" sul mercato. Un'idea vincente che porterà il gruppetto di ex-matti rincoglioniti dai farmaci a diventare una apprezzata cooperativa di parquettisti. L'aria è quella da Qualcuno volò sul nido del cuculo , fra tragedia delle anime e commedia della vita. Ma la scommessa, nel suo piccolo, è più alta. Il mondo dei "normali" e quello dei "malati", nel film di Manfredonia cammina sulla stessa linea, sottilissima, di demarcazione, continuamente attraversata dall'uno e dall'altro fronte. Con eccesso di rigore, Manfredonia sceglie di affidare tutte le parti ad attori professionisti (bravissimi tutti) con i quali prova per mesi, lasciandosi alle spalle qualsiasi tentazione di mix vero-falso («non mi sembrava giusto su nessun piano chiedere ad una persona di mettere in scena la sua propria difficoltà di vivere. E poi il cinema è fatto di recitazione, di finzione. E questo ho voluto fare, cinema») e mantiene un equilibrio di verosimiglianza mai scontata per quasi l'intera pellicola (alcuni momenti di caduta ci sono, ma sopraffatti dal resto). Se il risultato filmico è un po' scarso (un po' tendente al televisivo), ottimale invece quello della scrittura e dell'interpretazione. I "sani" Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, fanno con garbo da spalle alla vera compagnia di teatranti, quella dei "malati" appunto, senza avere mai la tentazione di rubare loro la scena. A guardare Si può fare si piange, per commozione, per partecipazione. In alcuni momenti, sembra di toccare la vera poesia, smorzata dallo sguardo quasi pudico del regista. Si può fare parla di malattia mentale, sì, ma ha un sottotesto ancora più affascinante. Quello che ci ricorda che sognare è possibile, che l'utopia è realizzabile. Magari proprio a partire da un piccolo gruppo di persone che ci provano. Che il tutto poi tutto sia tratto da eventi veri (dalla storia della cooperativa Noncello di Pordenone) è la rivelazione finale che trasforma la favola in dimenticata realtà. Vedere un film così in una prima serata su Raiuno (magari al posto di qualche pacco o di qualche Vespa) è parte della nostra personale utopia.
da Liberazione, ottobre 2008
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