mercoledì 22 aprile 2009

FERRO 3 di Kim Ki-duk

Una storia ai confini della realtà e della sensibilità zen arriva nelle sale. È il Leone d'oro per la regia a Venezia 2004, Ferro 3-La casa vuota di Kim Ki-duk, sudcoreano, già pittore, 11 film in 8 anni, quello di L'isola, già Orso d'argento alla Berlinale per Samaritan Girl e candidato all'oscar 2003 per Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera. In Laguna arriva come «film a sorpresa» e rischia di vincere tutto, dopo una standing ovation nelle sale. È infatti un film seducente, piacevole, a lieto fine, quasi mainstream, e nello stesso tempo enigmatico, azzardato, dilatato in «fuoriorario». L'happy-end, si sa, va costruito fin dai primi fotogrammi, è un'intenzione, difficile. Tutto il cinema lo desidera come fuoriuscita da sé, dal mondo logico, per essere rivoluzione permanente del reale. Kim Ki-duk ci riesce con la sua storia di fantasmi coreani che sono insieme di carne e ossa e puro spirito, coniugando favoloso e quotidiano, corpi e spiriti, realtà e sogno, leggerezza e misticismo, indagando sull’origine del dolore, le ragioni della crudeltà.... chiunque è un fantasma, volendo, capace di rendersi invisibile, presenza nella mente di qualcuno. In un paesaggio urbano dalle linee essenziali, virato sull'azzurro, come può essere Seul o un emporio di high-tech o un fumetto manga, il giovane intruso protagonista del film (Hee Jae), una specie di Peter Pan che ha perso la sua ombra e va a ricercarla nei cassetti altrui, con una vera passione per i golf (da qui il titolo), visita metodicamente appartamenti di lusso in assenza dei proprietari. Lava la biancheria, ripara gli oggetti, ricarica orologi e poi sparisce come un fantasma gentile. Quando in questo gioco di interferenze esistenziali si imbatte in una giovane moglie infelice (Seungyeon Lee), tra i due è amore a prima vista, ma senza neanche una parola, se non alla fine. Un sentimento che lo muterà in una presenza impalpabile e sfuggente, pura immagine nella mente di chi ha bisogno. Trasformando metaforicamente gli esseri umani in case vuote in attesa che qualcuno forzi la serratura per liberarli, il regista confonde i diversi piani del reale, lasciando quasi che le cose accadano davanti alla cinepresa secondo ragioni profonde, riuscendo a dare voce al silenzio, come i solo i grandi maestri del muto sanno fare.. «Siamo tutti case vuote, e tutti aspettiamo qualcuno che rompa la serratura e ci renda liberi» dice il regista.
Da
Il Manifesto e Ciak, 2004
ANNO: 2004
DURATA: 88'
GENERE: drammatico
REGIA: Kim Ki-duk
PREMI:
- LEONE D'ARGENTO: premio speciale per la regia
- 1 IOMA 2005: miglior film

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