mercoledì 10 giugno 2009

BIG FISH di Tim Burton

"Quando il mito s'impone sulla realtà, scegli il mito" predicava il grande John Ford. Tra i registi in attività oggi, Tim Burton è uno dei più dotati creatori di miti e di fiabe in forma di cinema; basti pensare al suo "Edward mani di forbice". Però Big Fish è ancora di più: è un film sulla costruzione del mito, una parabola sulla funzione terapeutica del narrare. La realizzazione di questo film è stata trattata come una pianta rara da maneggiare con cura: uscito in appena 6 cineclub prima che il passaparola e i tanti premi gli concedessero il Pass verso il grande pubblico. Tratto da un romanzo di Daniel Wallace, fu riscritto dallo sceneggiatore John August (lo stesso di Willie Wonka e la fabbrica di cioccolato) che, dopo la morte dei suoi genitori, lesse il romanzo, e persuase la "Columbia Pictures" a procurarsi i diritti del film. Una volta ottenuti, fu Spielberg, inizialmente, a farsi avanti per la regia che però poi fu assegnata a Tim Burton.
Edward Bloom ha vissuto la più banale delle vite; però l'ha sempre raccontata come una fiaba, affascinando tutti coloro che lo ascoltavano. Solo suo figlio Will non ha abboccato all'amo e ora, in articulo mortis del padre, si sforza di separare il mito dalla realtà. Ma perché accettare la realtà, quando è tanto bello sognare? Burton preferisce farci vedere la fiaba: attraverso i racconti del Bloom anziano (Albert Finney), il giovane Bloom (Ewan McGregor) ci guida attraverso un mondo di streghe e giganti, nani, fate, gemelle siamesi; un mondo fantastico e meraviglioso. Poiché gran parte della storia è ambientata in un circo, è facile trovare dei “Fellinismi” (vedi 8 e mezzo e i Clown). I riferimenti non mancano soprattutto nel finale, dove tutti i personaggi della storia si rivedono per un ultimo saluto, citazione esplicita di 8 e mezzo e di Harry a pezzi di Woody Allen.Burton però supera la prova straordinariamente e con grande personalità.
Definito da molti il capolavoro di Tim Burton. Un testamento, una sorgente che illustra l'origine della fantasia Burtoniana. Una critica a coloro che non accettano le favole, che le considerano fantasie inutili e che non consentono di affrontare i problemi della vita. Il regista spinge lo spettatore a trasformare la vita in un susseguirsi di immagini, personaggi e vicende, frutto delle più stravaganti fantasie. In questo modo il proprio mondo non morirà mai e non risulterà mai banale. Una piccola meraviglia di film, un affettuoso "Quarto potere" sotto acido, una soave follia surreale che, una volta vista, non è facile dimenticare.
Da La Repubblica e L’Unità, 2004

ANNO: 2003
DURATA: 125’
GENERE: drammatico
REGIA: Tim Burton

Nessun commento:

Posta un commento