
Immersa in una cornice metropolitana la pellicola è un capolavoro anche sotto il profilo della fotografia.
Alla voce Fincher David del suo «Dictionnaire du cinéma» l’esperto Jean Tulard scrive una cosa giusta quando afferma che Seven (1995) è il più brillante tra i thrillers di tutti gli anni ’90 (e probabilmente non solo) che pure ha visto il trionfo di “Il silenzio degli innocenti”. Anche Leonard Maltin, autore dell’insostituibile «Movie & video Guide», si sbilancia in favore di un film «eccezionalmente ben fatto, scritto con intelligenza e ben recitato». Anche «Variety» dà una perfetta definizione di Seven «Dark, grim and terrific», ovvero tenebroso, spietato e terrificante: film noir che sconfina nell’horror. Formatosi alla scuola della pubblicità e dei video musicali, fra l’altro al servizio di Madonna, Fincher esordì a 29 anni con un “Alien 3” bene accolto, ma subito dopo realizzò proprio con Seven quel che fino a oggi resta il suo capolavoro. Tra gli altri film di successo si annotano anche “The game” e “Fight club” che però non ebbero lo stesso successo. Una volta i «gialli» venivano venduti con lo slogan: «Questo libro non vi farà dormire». La formula vale per Seven, dove Fincher raggiunge straordinari effetti di horror senza indulgere a scene di macelleria come fanno i registi meno dotati. Immerso in una cornice metropolitana staffilata da piogge torrenziali, il film è un capolavoro anche sotto il profilo della fotografia «all’europea» del francese Danius Khondji. (quello di Prima della pioggia). Presentandosi con dei titoli di testa ispirati ai modi dell’avanguardia Seven, a differenza dei soliti thrilling, tratta la violenza come una natura morta. C’è da scommettere che questo sorprendente Fincher ha una notevole familiarità con la pittura contemporanea: ed è proprio come se dei quadri di Francis Bacon fossero inseriti in un contesto ispirato agli iperrealisti made in Usa. Il tutto attinge per virtù di stile a un livello tragico e metaforico insolito nel cinema di genere. Gli interpreti sono intonatissimi, e il quartetto degli attori è da premio; ma i votanti dell’Oscar, non si capisce come mai, non se ne sono accorti.
Da Il Corriere delle Sera, 1995
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